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Il Paradiso: particolare con il ritratto di Dante Firenze, Museo del Bargello, Cappella della Maddalena

Firenze ritrova il volto di Dante

di Elena Aiazzi • Maggio 2021
Il controverso rapporto del sommo poeta con la sua città natale

A settecento anni dalla morte di Dante Alighieri, il sommo poeta che ha posto le basi della nostra lingua e che è divenuto simbolo dell’unità del nostro Paese, sono numerose le città che rendono omaggio a questo illustre personaggio, con varie iniziative culturali: in particolare Firenze, patria tanto amata dal poeta, quanto disprezzata traditrice che lo ha costretto all’esilio, ha programmato, nonostante il difficile periodo che stiamo vivendo, un ricco calendario di eventi, a cominciare dal completamento della campagna di restauri del più antico ritratto di Dante, attribuito a Giotto, che si trova nella Cappella della Maddalena del Bargello. Nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321, Dante esala l’ultimo respiro a Ravenna, in esilio, lontano dalla sua Fiorenza ormai da un ventennio. Il rapporto del poeta con la sua città non è semplice, è il rapporto di un uomo tradito dalla sua amata: l’Alighieri difficilmente può perdonare il torto ricevuto dai suoi concittadini, ma allo stesso tempo non può che ricordare con rammarico il tempo vissuto in patria e ancor più le gloriose origini del suo luogo natio.

Alla nascita di Dante, Firenze si trova ad essere una delle più importanti città dell’Italia centrale ed è diretta da un governo comunale formato da borghesi e artigiani; sono gli anni della coniazione dei primi fiorini d’oro, destinati a diventare la moneta d’eccellenza per gli scambi mercantili in tutta Europa e a fare di Firenze una potenza economica senza pari. Ricchezza e potere governano Firenze in questo periodo di grande espansione socio-economica, che porta in alto i fasti della città, ma che allo stesso tempo stimola fra i concittadini di Dante la diffusione di cupidigia e cattivi costumi: una città avida e corrotta che il poeta condanna nelle Cantiche della Commedia, una Firenze guastata dal dio denaro, ma soprattutto una Firenze che finisce per tradire l’amore che Dante prova per lei: nel 1301 viene emanata dal Bargello, palazzo di Giustizia di Firenze, la sentenza di condanna in contumacia al rogo nei confronti del poeta, con le false accuse di opposizione al papa e appropriazione indebita di denaro pubblico.

Il Paradiso – Firenze, Museo del Bargello, Cappella della Maddalena

Dopo la condanna, Dante non rimetterà più piede a Firenze, esiliato dalla città amata a cui aveva dedicato tutto il suo impegno intellettuale e politico; facile quindi intuire come i riferimenti negativi del poeta alla città natale nella Commedia siano frutto del dolore e della rabbia di fronte al tradimento dei suoi concittadini. Lo testimonia la celebre invettiva che apre il Canto XXVI dell’Inferno: “Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande / che per mare e per terra batti l’ali, / e per lo ‘nferno tuo nome si spande. “Dante comunque porta nel cuore una visione quasi utopica della propria città, quella descritta nel XV canto del Paradiso Cacciaguida, suo illustre avo, che racconta al pronipote di aver vissuto in una Firenze virtuosa e tranquilla, completamente aliena alle lotte intestine ben note all’Alighieri. “…Fiorenza dentro da la cerchia antica, / ond’ella toglie ancora e terza e nona, / si stava in pace, sobria e pudica…”

Dopo la morte di Dante, mutato nuovamente lo schieramento politico al potere, è proprio a Firenze che viene eseguito il primo precocissimo ritratto commemorativo dell’Alighieri all’interno del ciclo di affreschi realizzati da Giotto e dalla sua bottega tra 1321 e il 1337 nella Cappella della Maddalena al Bargello.

La cappella ha volta a botte ogivale con finestre monofore e presenta un ciclo pittorico ideato da Giotto di Bondone: sulle pareti laterali sono rappresentate le Storie di Santa Maria Egiziaca, di Santa Maria Maddalena e di San Giovanni Battista, quali esempi di penitenti e peccatori redenti, mentre sulla parete d’ingresso l’Inferno, e su quella di fondo il Paradiso, dove appunto fra gli eletti è raffigurato Dante con mano la Divina Commedia.La cappella della Maddalena era l’ultimo luogo in cui soggiornavano i condannati a morte prima dell’esecuzione e il ciclo pittorico ideato da Giotto vede peccatori redenti e anime giunte in Paradiso attraverso la sofferenza, per dare speranza a coloro che l’indomani avrebbero detto addio alla vita terrena.

Dopo la scialbatura delle pareti nel 1570, le pitture murali furono riscoperte solo nel 1840, e sono state oggetto di diversi studi e campagne di restauro; all’ultima, condotta in vista delle celebrazioni per il settimo centenario dalla morte di Dante, è dedicata la mostra. Onorevole e antico cittadino di Firenze. Il Bargello per Dante aperta dall’11 maggio all’8 agosto 2021. Il catalogo (edizioni Mandragora, Firenze) illustra il complesso legame tra Dante, la sua opera e Firenze ed è corredato da un Atlante fotografico finale delle pitture murali della cappella dopo il restauro. 

Giotto, nato vicino a Firenze nel 1266, è coetaneo di Dante e secondo tradizione i due personaggi oltre a conoscersi nutrivano stima reciproca. Giotto in pittura così come Dante in letteratura, pongono le solide basi su cui si fonda tutta la successiva cultura italiana; l’Alighieri lascia una lingua letteraria universale con cui poter esprimere ogni aspetto della vita, dai sentimenti alle passioni,alle speculazioni scientifiche e filosofiche, mentre il pittore dà vita a uno stile figurativo innovativo e potente che farà da scuola alle generazioni future, a cominciare da Masaccio.

Dante dimostra la sua stima per Giotto citandolo nell’XI canto del Purgatorio, riconoscendo in lui un suo eguale rispetto ai maestri che lo hanno preceduto, e ponendolo nella stessa posizione di innovatore nella quale lui stesso si pone rispetto ai poeti del Dolce Stilnovo: “Credette Cimabue ne la pittura / tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, / sì che la fama di colui è scura. / Così ha tolto l’uno a l’altro Guido / la gloria de la lingua; e forse è nato / chi l’uno e l’altro caccerà del nido.” (riferendosi a Guido Cavalcanti succeduto a Guido Guinizzelli). Giotto non è più il sapiente artigiano che come da tradizione lavora a servizio dei supremi poteri religiosi e politici, ma è l’artista che muta la concezione, i modi e la finalità dell’arte stessa, distinguendosi per il suo ingegno inventivo e la sua interpretazione della natura, della vita e della storia, così come Dante non è semplicemente un poeta, ma illustre innovatore della letteratura universale.

Il Ritratto di Dante Alighieri di Andrea del Castagno durante il restauro presso l’Opifiicio delle Pietre Dure di Firenze

Nella cappella della Maddalena questi due giganti del genio italiano si incontrano e vediamo come Giotto esegua il più veritiero e sentito ritratto del sommo poeta, raffigurato con lineamenti più gentili di quelli con cui siamo soliti immaginarlo, propri dell’iconografia più tarda: mancano infatti il naso adunco e il mento prominente, frutto delle descrizioni presenti nella Commedia, ma forse non così accentuati nella realtà. Il poeta cammina in processione in mezzo agli altri beati e si distingue in mezzo a loro spiccando con la sua veste rossa, che lo mette in risalto; così entrambi i maestri riconoscono l’unicità dell’altro e la manifestano ognuno nel proprio linguaggio artistico. 

L’opera restaurata

Altro celeberrimo ritratto di Dante è quello eseguito da Andrea del Castagno – conservato oggi agli Uffizi e oggetto di recente restauro da parte dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze – che sarà fra i protagonisti della grande mostra Dante. La visione dell’arte, di prossima apertura presso i Musei di San Domenico a Forlì. L’opera proviene dalla villa di Legnaia di Filippo Carducci, fa parte del ciclo pittorico di celebrazione degli uomini illustri più antico a noi pervenuto, eseguito tra il 1447 e il 1449; fino ad allora solitamente i personaggi scelti quali esempi di virtù nelle raffigurazioni pittoriche erano in genere tratti dalla Bibbia e dalla mitologia, modelli astratti e fuori dal tempo; nel ciclo di Legnaia, i personaggi maschili fanno parte del recente passato di Firenze, ancora vivi nella memoria. Andrea del Castagno usa una chiave profana, civile e umanistica per sottolineare le virtù morali degli uomini illustri rappresentati come nuovi eroi e in particolare sceglie di rappresentare tre condottieri, Pippo Spano, Farinata degli Uberti e Niccolò Acciaioli, tre donne sapienti – la Regina Ester, la Regina Tomir e la Sibilla Cumana – e infine la triade dei poeti, Dante, Petrarca e Boccaccio.

La sorte del ciclo degli Uomini e Donne Illustri di Andrea del Castagno è strettamente legata alle vicende storiche della villa: gli affreschi furono coperti da imbiancature e tornarono in luce solo a metà dell’Ottocento; staccati dal supporto murario con un intervento di strappo, vennero acquisiti dagli Uffizi, dove si trovano tuttora.

Pacino di Bonaguida: pagina del Manoscritto (Strozzi 150, f. 1r) della Commedia – Secondo quarto del Trecento – Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana

Il ritratto di Dante di Andrea del Castagno è divenuto una delle raffigurazioni più note dell’Alighieri, e grazie all’intervento di restauro appena terminato, ha ritrovato l’originale freschezza; il poeta è inserito in una nicchia da cui “esce” avanzando il piede destro e la mano sinistra rispetto alla cornice. Dante indossa la stessa veste rossa con cui già Giotto lo aveva ritratto e ha in mano un libro che allude alla sua grande opera, la Commedia. Il tempo, il progressivo deposito di sedimenti sulla superficie pittorica e i successivi interventi e ritocchi avevano nel corso dei secoli scurito e appesantito il cromatismo dell’opera; il volto che appariva cupo e accigliato, è tornato adesso a nuovo splendore riconquistando la leggerezza tipica della pittura murale e mostrandosi luminoso e sereno.

Il settecentenario dalla morte di Dante, coincidente con un periodo così oscuro come quello che stiamo vivendo, ci induce a riflettere sul viaggio narrato nella Divina Commedia, un viaggio travagliato quanto pieno di speranza e voglia di rinascita, e ci auguriamo che quanto prima sia possibile un ritorno alla normalità, e con la riapertura di mostre e musei, luoghi fondamentali per la nostra cultura, sia possibile tornare “a riveder le stelle”.

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